Se qualcuno vi chiedesse com’è fatta una banana, non esitereste a rispondere: è tendenzialmente gialla e dalla forma allungata. Eppure al mondo ne esistono tante altre varietà – lunghe e sottili, corte e tozze, rosse, arancioni, verdi e blu – che nessuno conosce e che stanno lentamente scomparendo, come d’altronde rischia di fare anche la banana comunemente nota.

Il motivo è sempre il solito: il mercato globale impone la diffusione di una sola varietà – la Cavendish – per poter affrontare tutto l’anno una produzione standard, in enormi quantità e a prezzi contenuti. Questo sistema “industrializzato” dell’agricoltura ha determinato non solo la perdita di biodiversità, ma anche l’indebolimento della tipologia di banana commercializzata: i sistemi di coltivazione uniforme infatti a lungo andare diventano vulnerabili, incapaci di adattarsi agli imprevisti climatici, agli attacchi parassitari, ai funghi, etc.
Questa è la ragione che già da tempo ha posto in allarme la Fao: gli esperti hanno riscontrato la diffusione di un fungo che potrebbe compromettere l’85% della produzione mondiale di banane.

Ciò che altresì dovrebbe far riflettere è la catena produttiva che si nasconde dietro questi frutti. La descrive chiaramente Slow Food in un recente articolo pubblicato su LaRepubblica: la coltivazione di banane si concentra principalmente in Ecuador, in immensi latifondi grandi anche 5000 ettari, irrorati ciclicamente con dosi massicce di pesticidi, fungicidi e fertilizzanti chimici di sintesi; in questi campi lavorano coltivatori sottopagati e sottoposti a condizioni di lavoro durissime. I caschi di banane – raccolti ancora acerbi – vengono caricati su navi frigorifero (bananiere) e, quando arrivano nei porti di destinazione, sono stoccati in celle di maturazione, dove la buccia (grazie all’uso di etilene) passa dal verde al tipico colore giallo acceso. In questo modo viene programmata artificialmente la maturazione e la distribuzione dei frutti.

Ancora una volta siamo di fronte ad un esempio che dimostra come il mercato globale stia trasformando l’agricoltura in un’industria, dimenticandosi del delicato equilibrio tra uomo e natura e ignorando completamente il valore fondamentale della biodiversità: dagli anni ’50 ad oggi è andato perduto il 75% delle varietà vegetali sviluppate nei precedenti 10.000 anni, un danno catastrofico per il Pianeta e per l’uomo.
Per questo – come ricorda Slow Food – diventa sempre più importante tutelare la biodiversità, coltivare in piccola scala, produrre di meno, ma dare più valore a ciò che si produce senza sprecare, mangiare soprattutto cibo locale, sostenere contadini, pescatori e pastori che conoscono il fragile equilibrio della natura e operano in armonia con gli ecosistemi.

Non smetteremo mai di ripeterlo: mangiare prodotti locali e di stagione, coltivati nel rispetto dell’ambiente è il primo passo per garantire a tutti un’alimentazione sana e uno sviluppo sostenibile per il pianeta.

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo per non incentivare questo sistema?
– ridurre il consumo di banane e prediligere frutta proveniente da produzioni locali
– raccontare ad amici e conoscenti cosa si nasconde dietro il commercio di banane
– prediligere l’acquisto di frutta proveniente da produzioni biologiche ed etiche
– se si abita in una zona calda e si dispone di spazio all’aperto, piantare un albero di banane (coltivare banane in piena terra è possibile solo in zone dove l’inverno è particolarmente mite come in Sicilia e in Calabria; tuttavia gli appassionati che vivono al Nord e che vorrebbero coltivare banane non disperino: questa pianta vive bene anche in vaso!)